mercoledì 20 febbraio 2008

Dalla pelle al cuore.

I governi cadono, le mafie vincono su ogni fronte, la benzina costa uno sproposito, il mondo va a rotoli ma a me non me ne frega niente. Riscaldo la brown sul solito cucchiaino e la sparo felicemente dentro Bianchina, la mia vena preferita. Poi Tocca a Lena, al mia zita di Timisoara, ma qualcosa non va per il verso giusto. Comincia a sbattere forte gli occhi, le sale una strana schiuma rosa dalla gola. MINCHIA! Mi alzo in piedi ed ho paura, ma cado su di lei. È TROPPO PURA! Devo fare qualcosa, avvicino un paio di cuscini alla testa di Lena, le capovolgo la faccia, per non farla soffocare. Poi riesco ad uscire fuori. Non mi muovo bene e gli occhi fanno fatica ad abituarsi alla luce accecante. Corro verso piazza Indipendenza. Davanti al palazzo della Regione un gruppo di manifestanti dá fuoco alle bandiere ed inneggia alle dimissioni del presidente. Mi infilo in mezzo a loro, col mio puzzo, con i miei sandali e i calzini bucati. AIUTATEMI AIUTATE LENA! Grido in preda al panico. IO LA AMO È L'UNICA COSA CHE HO! Non capiscono. La gente mi guarda con timore, come se fossi un fottuto marziano. Sono sicuro che qualcuno mi avrebbe anche aiutato ma poi accadde quello che tutti sapete. Dalle balconate del palazzo una serie di personaggi laidi, grassi, vestiti da preti inizia a tirare sulla folla migliaia di cannoli. I dolci si spiaccicano al suolo con un rumore grottesco, e sulle teste. Piú di una persona cade tramortita, qualcuno piange, altri fuggono. Quelli che restiamo, gli sbirri ci portano via. Dentro al furgoncino mi accorgo che perdo sangue dalla bocca. Mi sento addosso l'odore della ricotta rancida, ho il corpo tumefatto dalla zuccata. LENA MUORE AIUTATEMI! Piango sconsolato, poi mi caco di sopra. Una vecchia femminista mi fulmina con lo sguardo. Che sará di me senza te?

Racconto di capodanno.

Oggi é capodanno, cioé il giorno prima, la vigilia insomma. Mi alzo alle 11 e faccio una canna. La fumo mentre lavo i denti. Che bello che non c'è scuola! Ho una fame micidiale e quindi dico a Mary di prepararmi qualcosa di sostanzioso. Se la fida a cucinare, chissá dove avrá imparato, che dicono che in Africa crepano tutti di fame! Mangio 4 frittelle con sciroppo d'acero, un uovo con bacon, fette biscottate con cofettura di mirtilli, e due kiwi per finire. Poi vado in bagno a vomitare. I negozi sono aperti cosí chiamo Sara e ci vediamo in via Principe. Facciamo shopping svogliatamente e compriamo lingerie rossa di seta. La invito a pranzare da me. Mary cucina pasta con le vongole ma gliela faccio buttare, Sara mangia solo insalata. Dopo pranzo andiamo in camera mia e guardiamo una puntata di Dr. House fumando erba e bevendo vino bianco. Ho sonno e dormo. Mi sveglia mamma, non la vedo da settimane, forse mesi. Vuole che le presti un tanga rosso, le dó uno dei completi che ho comprato da poco. Di pomeriggio vado a casa di Luis, ci baciamo e sniffiamo coca. Bussano alla porta. É suo cugino Titti, mi chiede di baciare anche lui cosí lo accontento. Loro vorrebbero scopare ma io devo andare a casa a cambiarmi cosí li pianto. Indosso un vestitino Armani, sandalo tacco 9 Gucci per fare vedere i piedini smaltati, soprabito Prada nero, borsa Gucci intonata alle scarpe e pendente rubino per attirare l'attenzione sul decolleté. Cena francese da Régine, mi ingozzo di ostriche tanto poi vomito. Bevo fino allo stordimento, tiro una quantitá colossale di coca. Discoteca. Perdo il conto di quanta gente bacio a mezzanotte. Svengo nella Y10 di Sara mentre qualcuno mi sta scopando. Spero che sia qualcuno che conosco. L'ultima cosa che ricordo é la voce di Venditti dall'autoradio.

Cani da taverna.

Ormai aveva perso il conto. Da quanti giorni stava lí in taverna a bere zibibbo? Il tramonto a Ballaró si tingeva di rosso come il sangue che iniettava gli occhi del nostro eroe. Lino si era chiuso in un silenzio pericoloso e contorto. Poi non li capiva. Quei ragazzi con gli orecchini e i tatuaggi. Che ci facevano lí alla taverna? Mica era casa loro! Gli facevano schifo, si vestivano male, avevano i capelli tutti impiccicati e parlavano una lingua che non riusciva a capire. Andavano in giro con cani di mannara e cercavano di darsi un tono parlando in dialetto. Schifo! Gli venne improvvisamente una gran voglia di pisciare ma qualcuno occupava il cesso da un paio d'ore. Figgh'i sucaminchia! Bofonchió e uscí fuori perché non ce la faceva piú. Ormai la notte aveva inghiottito la piazza con i suoi tentacoli morbidi. Barcollando Lino giró l'angolo insinuandosi nell'interstizio tra una Y10 e un portone per potere espletare i suoi bisogni fisici fuori da sguardi indiscreti. Non si sentiva granché in forma, vedeva le cose che si fondevano le une nelle altre e gli sembrava di galleggiarci dentro. Quasi cieco tiró fuori la ciolla e inizió a pisciare tremando dalla gioia. Che minchia... Una voce si materializzó dal buio del portone. Hey! Un'altra voce si uní alla prima. Senza smettere Lino aguzzó lo sguardo e vide che stava inondando di piscio una coppietta in atteggiamenti intimi. La tipa aveva i capelli rosa e cercava goffamente di tirarsi su un tanga dello stesso colore. Cos'inutili itivinni! Li sgridó Lino pisciandosi sui mocassini. Quelli scapparono via terrorizzati. Tornato alla taverna finí il suo bicchiere, si sentiva allegro e orgoglioso. Quel gesto aveva dato un senso alla sua vita, non aveva dubbi. Poi si trascinó a casa tutto tronfio e prese a cazzotti la moglie.

Tu non sei piú sola.

Era sola, e il fatto che fosse sola la faceva sentire ancora piú sola, anche le coppie, a Villa Trabia, che si abbracciavano sotto i baobab millenari le ricordavano che era sola o le madri, con le facce stanche all'uscita dall'asilo. Sola, senza nessuno, senza un amico o un fidanzato e con quell'orribile macchia sul viso. Perché? Si chiedeva nelle sue lunghe notti insonni. Perché ho questa orribile macchia sul viso? E le aveva provate tutte: si ungeva la pelle con pomate e lozioni, comprava ogni tipo di cosmetico, si era affidata all'aiuto di un'equipe di estetisti in via Florerstano Pepe che le aveva rubato migliaia di euro per trattamenti al limite della legalitá. Ma non funzionava nulla. L'orribile macchia non andava via, né il rossore, tanto meno quei maledetti crateri intervallati ora da radure aride, ora da avallamenti spinosi ricchi di una rada e ispida peluria. Stava guidando in via Volturno e pioveva, il cd della sua Y10 si spense di botto interrompendo Grazie Roma. Lei si distrasse un momento e BUM! Va a sbattere contro la Y10 che le sta davanti. Pianta freno. Dall'auto esce un uomo vestito da clown, la pioggia gli scioglie il cerone dal viso. E' colpa mia, scusi! Il clown la guarda basito, guarda quell'orribile macchia e intanto il cerone cola a rivoli sull'asfalto, sul bavero del costume. Adesso é lei che lo guarda basita perché sotto al cerone il viso dell'uomo nasconde un segreto: una macchia porpora ancora piú orribile di quella sua. Improvvisamente non si sente piú sola, unica, ma quella sensazione non le piace. Le scappa un rutto, prova uno spasmo alla pancia, vomita. Fugge a casa, apre il gas, ficca la testa nel forno e piange pensando a quella macchia, cosí grande, cosí screziata, cosí morbida, cosí orribile. Molto piú orribile della sua.

15 agosto, viagra.

Camminavano piegati dal sole nello stradone dello zen, le lingue secche, le papole ai piedi. Saro, Saro e Saro fuggivano da Villa Sfagno, la famosa casa di riposo di Cardillo in cui erano reclusi da qualche anno. Non avevano legami di parentela, non li accomunava una fede politica o religiosa. Li univa solo il loro nome ed un pacchetto di Viagra comprato a sgamo da Lino, un infermiere senza scrupoli di Ballaró. Fuggivano proprio a ferragosto perché sapevano bene che era il giorno dell'anno in cui c'erano meno controlli, avevano previsto tutto: si erano procurati degli abiti civili, anche tre biglietti dell'autobus, si erano lavati e profumati, si erano anche cambiati le mutande. Arrivarono in via Guardione verso le tre di pomeriggio. Palermo era un deserto immobile, solo qualche stanca Y10 animava il paesaggio di tanto in tanto. Entrarono dentro un portone chiuso male e si trovarono a bussare al campanello di una casa che l'infermiere Lino gli aveva assicurato fosse un bordello. Volevano finire in bellezza. Montare un'orgia memorabile aiutati dal Viagra e aspettare la morte. Qualcosa peró andó storto. Nell'appartamento indicato non c’era anima viva e il Viagra cominciava a fare giá effetto. Che Fare? Non avevano valutato la possibilitá che anche le troie facessero vacanza a ferragosto! Il loro piano stava per fallire quando incrociarono un ragazzetto pallido che si aggirava dalle parti di Villa Giulia con una macchina fotografica. Come ti chiami? Chiese Saro. Pippo. Rispose il biondino. I vecchi si scambiarono uno sguardo d’intesa. Saro lo colpí fulmineo alla nuca col suo bastone, poi passarono il pomeriggio violentandolo. Alle 19 Saro 1 morí di infarto, alle 20 Saro 2 di trombosi, alle 21 Saro 3 di embolia, alle 22 la madre di Pippo lo sgridava per avere fatto tardi

Bianco natale.

Esco dal Gonzaga alle 4. Vado a mangiare a casa di Vera: tagliolini al salmone e insalata di songino annaffiata da olio d'oliva purissimo e aceto di mele. Lei vuole baciarmi e io la lascio fare. Ci facciamo una canna. Vado via. Via Petrarca é giá trafficata. Una Y10 mi taglia la strada. Gli rispondo con un suca che si perde tra i gas di scarico. Invece di comprare le strenne sono tornata a casa con: 1 maglione a coste D&G, occhiali da sole fucsia montatura tartaruga Gucci, scarpe col tacco Prada limited da indossare per il cenone, completino intimo rosso di Intimissimi, scarpe da tennis Le coq sportif, scarpe scamosciate Puma che non so se metteró mai, occhiali da sole Prada lenti a specchio, l'ultimo cd di Venditti edizione speciale, stivali bianchi Pollini, cintura Valentino e un grammo di coca. Sono giá le sette. Passo per il cocktail ai Vini D'Oro. C'è Vera con Nello e Giupi. Ci facciamo una pista nel bagno e beviamo vino bianco parlando di cosa faremo a capodanno. I due ragazzi ci offrono un passaggio. Saliamo sulle moto senza casco. Sono le 9 e mi ritrovo a casa di Giupi in via Lamarmora. Un grossissimo albero di natale illumina il salotto ma solo a intermittenza. Nello e Vera scopano sul tappeto, Giupi ci prova con me, ma rimedia solo un lavoretto di mano cosí si unisce a loro due. Passo da U & I, ci sono i miei compagni, che palle. Mi lascio convincere e fumo una canna con loro. Vino frizzantino in piazza Matteotti. Vera ha una faccia strana, dice che si é innamorata ma non sa di quale dei due. Finiamo la coca. Lecca lo specchietto e mi passa la lingua sulle labbra che diventano bianche e fredde. Il suo fiato sa di cane bagnato. Alle due meno venti sono giá a letto. Mi fumo una stagnola di roba al buio per conciliare il sonno. Domani c'ho tema.

Non morire di domenica.

Palermo negli anni '80 era la Mecca di ogni eroinomane. Sperdute nelle trazzere dell'entroterra le raffinerie della mafia tagliavano la droga purissima che arrivava dal triangolo d'oro, cosí ogni tossico poteva rifornirsi di ottima roba e poi spararsela in vena a Villa Sperlinga. La qualitá dell'eroina con gli anni é peggiorata e Ninni conosceva quelle storie perché gliele raccontavano spesso, ma non gliene fregava. Era domenica, la giornata piú schifosa della settimana. Non si sentiva bene, la barba sudata, le unghie gialle, 3 o 4 bollicine sulla lingua. La Vucciria sembrava vuota, non era giorno di mercato, ma i pusher erano sempre lí, camaleonti che a malapena riuscivi a distinguere da una macchia del muro, dallo stipite di una porta, da uno specchietto retrovisore. Ninni camminava giá per via Roma, col suo pacchettino piccino picció nelle mutande, non vedeva l'ora di farsi, teneva le mani strette sotto le ascelle e sudava copiosamente. Poco prima dei 4 canti una Y10 sterza bruscamente. Vatinne e nun ti fari chi viriri! Sbam! Lo sportello si apre e una calcagnata fa schizzare sull'asfalto una ragazza, subito dopo un sacchetto di plastica le piomba di sopra e i suoi vestiti si spargono sul marciapiede. Santo la guarda stupito, lei ha i capelli ramati, la pelle bianchissima e piange. La Y10 parte sgommando. Un'ora dopo una cassetta di Venditti scalda l'ambiente, la ragazza esce dalla doccia solo con un asciugamano addosso. E' rumena. Grazie. Dice con una voce leggera come un soffio. Santo trema, una vocina dentro gli dice che si ameranno per sempre, poi scalda l'eroina. Ti sei mai fatta? E' bellissimo. Lento le avvicina l'ago alla pelle lucida del braccio. Fa male? Sussurra lei. Ha gli occhi piccoli e verdi. No, é solo un momento. Poi si danno un bacio.

Che fantastica storia é la vita.

Nel 1959 Silvia aveva il mal di testa e prendeva il Contergan, 45 anni dopo Mario, suo figlio, si ritrovava solo e schifiato dalle femmine. Sarebbe anche stato un beddu picciotto ma al posto delle braccia aveva solo due ditina lunghe lunghe e anche una gamba era messa male. Persino alle pulle faceva impressione e quindi aumentavano il prezzo delle loro prestazioni sperando di dissuaderlo. Dovete sapere che ogni giorno da Villa Bonanno passava una ragazza bellissima dallo sguardo triste e che il nostro eroe se ne innamoró perdutamente. Cercó in tutti i modi di farsi notare da lei, ma non c'era verso, cosí parló con suo cognato Lino. Gli promise 1000 euro se gli avesse portato a casa la fanciulla con qualsiasi mezzo, e lui, che aveva perso il lavoro da poco ed era sprofondato in un turpe alcolismo non se lo fece ripetere due volte. Mario stava dormendo quella mattina quando il cognato bussó alla porta. La ragazza era imbavagliata e le percosse le avevano causato ematomi in tutto il corpo. Accura che é bestia. Gli consiglió il parente acquisito. Mettici queste. Una volta ammanettata la ragazza scalciava e piangeva disperata. Sei mia. Disse solennemente lo storpio e prese ad accarezzarla con uno di quegli osceni tentacoli che si trovava incollati alle spalle. Sono passati 3 anni da quel giorno. La ragazza, Ada, passa l'aspirapolvere veloce, fa il caffé, porta la colazione a letto a Mario, lo bacia. Bedda. La chiama lui. Ormai si é abituata alle catene e la casa in fondo le piace, dalla finestra si vede anche la cattedrale. Come ogni giorno Rino la legherá e le metterá la maschera sul viso. Poi la colpirá forte coi suoi monconi. Lei ha imparato ad amare tutto questo. Lo vuole. Ti amo Mario. Dice. Devi chiamarmi padrone. Risponde colpendola sul fianco. Sa che le piace.

Nata sotto il segno dei pesci.

Antonio correva veloce sotto il calore indicibile del luglio panormita. Dietro di lui un vecchio allampanato tossiva ruggiti mefistofelici sperando in un miracolo che gli facesse raggiungere il giovinetto. Ma Antonio correva ed era ben allenato. Si allenava a correre al foro italico, ma ci andava a notte fonda, cosí, tra una corsa e l'altra rimediava anche una fugace sveltina con la nigeriana di turno. Era un doppio allenamento in effetti. Finalmente il vecchio si fermó stremato. Ormai Antonio era ben distante e lo guadava da lontano con paura e orgoglio. Te l'ho fatta! Pensava tra sé. E tornava con la mente al corpo di Giusy a quei lineamenti vagamente orientali, al suo volto sempre sorridente, sempre allegro. In piazza Kalsa si fermó al chioschetto ed ordinó una Moretti. La bevve ghiacciata, che quasi gli pigliava la sincope. E si scoprí allegro, il nostro eroe, perché quel giorno doveva anche riscuotere la sua pensione di invaliditá. Pagó una seconda Moretti e si diresse pian pianino verso via Brunetto Latini, all'ufficio delle poste. Camminando ricordava il soffice corpo di Giusy e i versi che faceva piano piano con la bocca mentre alla radio cantavano "nata sotto il segno dei pesci". Era stato bello farlo con lei. La volta piú bella di tutte. Meglio che con le nigeriane. Appena entrato in Corso Vittorio sentí una macchina frenare di colpo. Dalla Y10 uscí il vecchio con una ragazza che assomigliava maledettamente a Giusy. Deve essere la sorella. Pensó Antonio dandosela a gambe. Poi sentí un botto assordante, solo quando fu per terra e vide tutto quel succo di amarena capí che gli avevano sparato alla schiena. Accussí s'insigna stu sdisonorato. Povera Giusy! Pensó Antonio, e dire che non mi importava che fosse mongoloide. Poi aprí la bocca e morí.

Una signora per bene.

Lino si aggirava per le taverne triste, sudato, nervosissimo. Le sue occhiaie ormai erano buchi neri contornate da puntine bianche di sonno. Aveva perso il lavoro da qualche mese ormai e si sentiva una merda, e poi non usciva mai dal quartiere. Ballaró era tutto il suo mondo. Alla taverna dello zú Saro c'era l'umanitá derelitta di sempre. Si mise a parlare con Ninello, un vecchio col bastone che si diceva fosse stato sposato con una contessa e che si era ridotto a fare il garzone. La conversazione non portava a niente finché Ninello non gli propose di andare da "una signora per bene" che ficcava per gusto e non per soldi. Ovviamente Lino non ci credeva cosí scommise con Ninello una bottiglia di Zibibbo se quella ci stava. Presero la Y10 e a malincuore Lino uscí da Ballaró alla volta di via Notarbartolo. È tutta pulla. Sparó Ninello sorseggiando una busta Tavernello. Aprí la porta un bambino assonnato. Che ci fai alzato a quest'ora? Chiese una voce femminile da dentro. Vai a letto! Lino non credeva ai suoi occhi. Era una vera signora, una per bene. Alta, un pó cicciotta, ok, ma con due minne! Ninuzzo, mi hai fatto una bella sorpresa, il tuo amico é proprio un tipo simpatico! Le passarono il Tavernello e lei maliziosamente fece colare il rosso nettare sulle sue procacitá. Oh che sbadata! Disse togliendosi la vestaglia e restando in biancheria. Dai facciamolo! Prima lui o io? Chiese Lino. Stasera vi voglio tutti per me, tutti assieme, ma senza fare casino che mio figlio domani c’ha tema! Stapparono una bottiglia di rosso e ci diedero dentro. Hai vinto tu. Disse al vecchio tornando al quartiere. Tu rissi, era signora per bene! Una volta a casa Lino, ancora eccitato, assalí la moglie nel sonno e visto che lei non aveva voglia di ficco si sfogó picchiandola selvaggiamente.

Non c'è sesso senza amore.

La seconda volta che violentarono Pippo era poco piú che adolescente e la sua faccia pallida si stava chiazzando a poco a poco con pennellate di barba finissima. Dopo la brutta esperienza coi vinili si era appassionato di fotografia. Andava in giro di qua e di lá con la sua reflex vecchissima per fare foto in bianco e nero da sviluppare e stampare poi nella sua stanzetta. Siccome Palermo é una cittá cattiva ed inospitale nelle immagini c'era sempre qualcosa di strano. Un cane morto all'angolo di via Parlatore, un camion smontato all'inizio della circonvallazione, un bambino mongoloide che mendicava al Politeama. Insomma le foto non gli venivano bene e Pippo era molto preoccupato. Fu cosí che si ritrovó a Ciaculli, sperando che almeno lí nessuno potesse molestare i suoi scatti. Montó il cavalletto agganciando la macchina fotografica e cercó il miglior punto di vista per scattare. L'idea era quella di riprendere dei tetti di tegole in primo piano con il paesaggio urbano alle spalle a fare da sfondo. Mentre guardava nel mirino un giovinastro di botto si piantó davanti all'obiettivo. Cá i fotu vinninu mali. Gli intima al nostro. E il suo amico scuro di pelle e di pelo. C'a fai una foto a stu pinnuluni? E si abbassó i jeans sbrindellati rivelando una minchia di proporzioni taurine. Pippo avrebbe voluto darsela a gambe, ma lí c'erano il suo manfrotto e tutto il corredo, non avrebbe potuto portarli con sé in una fuga disperata. Mentre veniva violentato Pippo guardava la sua immagine specchiata nell'obiettivo mentre il primo ragazzo gli faceva un servizio fotografico. Dovrebbe aprire un pó il diaframma. Pensó mentre sentiva un fortissimo dolore al retto. Da lontano una voce familiare cantava "non c'è sesso senza amore".

martedì 19 febbraio 2008

Venditti e Segreti

Alcuni diranno che se hanno violentato Pippo é solo per colpa sua, altri no, a voi la scelta! Basso, bianchiccio, biondiccio, molliccio, Pippo avrebbe volentieri cambiato nome dopo il folgorante successo dell'omonima canzone di Zucchero Fornaciari. Ormai era quasi un ometto, e l'etá avanzava anche per lui, ma la sua passione, quella restava sempre lí, bruciante e smaniosa. Pippo era un collezionista di dischi in vinile, il cui accanimento era secondo solo alla testardaggine. Scoprí da Bobby Solo, un noto appassionato di r'n'r italiano delle origini, che era stato scoperto un nuovo magazzino al papireto, ma é pericoloso, stai accura, aggiunse Bobby. Si trattava di una notizia che sconvolse il povero Pippo per 24 lunghissime ore, impedendogli il sonno e togliendogli l'appetito. La mattina seguente marinó la scuola e non curandosi dei moniti del rocchettaro si recó in via Goethe. Le macchine passavano veloci e finalmente l'edicolante gli indicó che dietro una Y10 mal posteggiata si nascondeva una cantina piena zeppa di Lp. Pippo abbacinato non ascoltó il resto della conversazione e senza nemmeno ringraziare si precipitó dentro. Le scale erano umide, i muri tortuosi e impervi, il passamano scivoloso oltre ogni dire. Finalmente una lucina rischiaró quell'immonda tenebra e a Pippo iniziarono a tremare le gambe. Calpestava i dischi erano tutti accatastati, montagne di vinile. C'erano i primi album di Battiato e delle Orme, i Dalton, Ghigo Agosti e Mina. E' il paradiso! Pensó, poi Bobby Solo lo colpí alla nuca. Mentre veniva violentato Pippo guardava dritto negli occhi Antonello Venditti, che gli sorrideva dalla copertina della prima edizione dell' LP Venditti e Segreti.

lunedì 18 febbraio 2008

Buon anno la minchia.

Ciao sono Lino e oggi é il 31 gennaio. Siccome ieri Enza mi ha piantato nel mezzo di Ballaró sono incazzato nero, quindi prendo sotto braccio il vecchio Ninello e lo infilo nella Y10. Ho voglia di rovinare il 2008 a qualcuno e ci riusciró. Per l'occasione ho comprato una bottiglia di vodka e un pacco di petardi. Facciamo qualche giro per la cittá deserta. Nino canta Grazie Roma con inquevocabile accento palermitano, é poco credibile ma mi tiene sveglio. Ci riusciamo ad infilare in una discoteca piena di gente, deve essere mezzanotte perché i custodi stanno brindando tra di loro. Dentro mi sento accupare e non si respira. La gente fuma e beve e si diverte ma io non riesco a togliermi dalla testa la pelle bruciata di Enza, cosí scolo quello che resta della absolut e mi siedo a una poltrona mentre tutti contano 3,2,1 ... BUON ANNO! Buon anno la minchia! Penso io e proprio in quel momento qualcuno mi vomita sui pantaloni. É una biondina ubriaca persa. Ha un vestito nero attillato ma mi colpiscono i suoi piedini con le unghie rosse come i semafori di notte. Cazzo, é il mio anno fortunato. Penso. Poi visto che la tipa é rincoglionita e tutti sono rincoglioniti peggio di lei me la carico sulle spalle e la porto via. Dentro la Y10 metto la solita cassetta di Venditti e le strappo le mutande, rosse come i semafori di notte. Ho qualche titubanza ma poi mi faccio coraggio pensando che se si é vestita cosí se l'è cercato lei. Mentre le sto sopra ricordo Enza e mi sento solo ma per fortuna arriva Ninello e quei brutti pensieri volano via. La ragazza ha gli occhi gonfi e il rossetto sbavato ma respira, cosí anche Nino si prende la sua parte. Mi sembra giusto, é capodanno anche per lui! Poi la lasciamo per strada e andiamo all'arenella a sparare i petardi. Ci vorrebbe un pó di birra.

Enza.

Lino capí che era la donna che sempre aveva aspettato, la donna dei suoi sogni. Lo capí da come si portava il bicchiere alla bocca e dalla velocitá con cui ingollava la vodka liscia, senza nessuna esitazione, senza paura. Non gli importava che avesse le rughe sotto le labbra, i capelli sporchi, le unghie mangiate fino alla carne. Né che fosse piú grassa di lui e alta. No. Non erano queste cose che notó quella mattina. La taverna era quasi vuota, la piazza pienissima, i venditori del mercato che vanniavano i prezzi dei loro ortaggi. Lei entró trascinando le ciabatte, ordinó una vodka e se la bevette d'un fiato, poi accese una MS e si mise a giocare al videopoker. Lino le si avvicinó da dietro. Improvvisamente, quando giá aveva aperto la bocca per chiederle se voleva qualcosa da bere il videopoker si mise a vibrare e si accesero luci verdi e blu, poi inizió a sputare monete da due euro. Minchia ru culu! Esclamó la donna infilando le dita nel freddo metallo. Poi si giró di scatto e si trovó davanti Lino. Gli strappó il bicchiere dalla mano, bevve d'un fiato lo zibibbo e lo bació sulla bocca. Dopo mezz'ora erano nella Y10 di lui completamente nudi. La donna si chiamava Enza e aveva il corpo pieno di cicatrici ma a Lino pareva bellissima. Avevano una bottiglia di Absolut che si passavano ritmicamente mentre le gole all'unisono buttavano giú il freddo nettare. Tra un rutto e l'altro schiniavano incuranti della folla che li vedeva dai finestrini, donne, vecchi, qualche bambino. Una vedova nerovestita si fece il segno della croce. Ci rivedremo? Chiese Lino quando lei aveva giá aperto lo sportello. No. Perché? Agneddu é sucu... Terminó Enza e si perse nel mercato. Nella testa di lui qualcuno cantava " e non c'è sesso senza amore". Poi tornó a casa e massacró di botte la moglie

Tony for ever.

Mi chiamo Sonia, ho 15 anni e tra poco partorisco ma la cosa troppo importante é che io AMO TONY, Tony ti amo, sí troppo sapurito! Inoltre Tony é anche il meglio cantante del mondo ed é bello. Io lo conosciuto al concerto l'estate scorsa al borgo che ormai organizzano ogni anno. Tony era il piú saporito e cantó Duie Nnammurate con tutta l'anima che mi faceva tremare le ginocchie con la sua voce chiú duci ru miele. Tutte io e le mie amiche stavamo sotto il palco e ballavano come delle pulle, io invece zitta zitta m'annacavo poco, senza dare scena. Anche l'orchesta era buona ma Tony era il migliore, the best, meglio di Venditti e meglio anche di Gianni, il carnezziere di via archimede che c'ha una voce potente. Finí il concerto e io e le mie amiche gridiamo e facciamo lo schifio cosí Tony ci fa salire sul palco e fa il bis. Manco lo potevo guardare in faccia che mi faceva male la pancia quant'era beddu con la giacca bianca e i pantaloni bianchi pareva un principe. Allora ci fanno entrare nei camerini per l'autografo e c'era da magiare pizzette e arancinette e da bere coca cola, vino, tutto ma Tony non veniva e noi ci sedemmo e mangiavamo scherzavamo e tutto. Poi Tony viene ed é troppo bello, ha i jeans e una camicia e le scarpe bianche. Ci guarda una per una, le mie amiche e io, ma quelle pulle fanno i smorfie ma poi Tony mi sceglie a me e mi diede la mano e mi portó nel camerino. Mi spoglia e dimentico tutto, mi bacia e fa caldo ma lui é bellissimo e pare un angelo e non gli so dire di no e so che ste cose non si fanno ma mi sento troppo fortunata e gli dico gioia bedda, gioia mia. Ora che sto per partorire nessuno ci crede chi é suo padre mi chiamano pulla a me! Invidiose! Ma io lo so che Tony un giorno viene e mi porta lontano. Poi mi scrive anche una canzone per me.

Compagni di scuola compagni di niente.

Nell'economia mondiale della sofferenza Palermo non é di sicuro ai primi posti, peró Cotton Fioc credeva di sí. Innanzitutto per il suo soprannome e poi perché viveva alla Guadagna e tutti a scuola lo sfottevano per questo. Mercoledí la professoressa d'italiano lo chiamó interrogato: Cotton Fioc, alla lavagna. La classe intera scoppió a ridere. Sabato il prof di educazione fisica, per elogiarlo di un gol, gli disse: Eh, si vede come giochi che sei della Guadagna! Cotton Fioc non ne poteva piú, cercava di essere come tutti gli altri ma quel suo fisico diafano e i capelli biondi quasi bianchi lo rendevano diverso, anomalo, inconfondibile. Per questi motivi, dopo 14 anni di sfottó continuo e aggravato Cotton Fioc decise di prendersi la sua rivincita. Arrivó a scuola piú presto del solito lunedí scorso, trascinando dietro con sforzo, una grossa cassa di cartone trovata dinanzi al Conad di via Noce. Ancora non era arrivato nessuno, cosí entró lui stesso dentro la scatola ed aprí il rubinetto della bombola di butano che aveva nascosto dentro il cartone. Quando arrivano tutti e aspettano qua al cancello accendo questo minerva e li faccio satari 'nta l'aria! Era un gesto disperato e pieno di sofferenza. Lo accompagnava al walkman una cassetta di Venditti: Compagni di scuola, compagni di niente, nulla di piú calzante. Purtroppo peró il nostro eroe non pensó al fatto che l'aria si sarebbe saturata troppo, troppo presto, e il suo corpo non avrebbe retto. Cosí cadde incosciente, e morí dormendo una dolce morte, allo scoccare della campanella, alle 8 e 05 davanti il Leonardo Da Vinci. Addio Cotton Fioc!

Sangue Siciliano.

Ciao, mi chiamo Lino, é domenica ed ho vinto la riffa di Ballaró. Il premio é una cassa di Sangue Siciliano, liquore a base di vino dolcissimo e traditore. Ho solo sei bottiglie a disposizione ma ho un piano: berle tutte prima che Rosy torni dalla messa. Sono le nove. Mi chiudo nel cesso ed inizio la prima bottiglia di nascosto. La pioggia fuori bagna i resti del mercato, sale dalla finestra un odore di fiori morti che manco al cimitero. Rosy mi costringe ad uscire dal cesso. Seconda bottiglia. Nel tazzone del caffé aggiungo il Sangue Siciliano. Faccio il bis. Le campane del Carmelo mi ricordano che é passata un'ora. Rosy esce, non credo che si é accorta di niente. La terza bottiglia la bevo buttato sul letto. Mi sento la lingua gonfia, non riesco a trattenere le lacrime. Verso del vino sulle lenzuola ma me ne frego. Venditti mi accompagna alla radio. Lillilillilillillilí. La quarta bottiglia la bevo nudo sul balcone. Grido ai passanti, scoreggio, bestemmio. Vanno tutti a messa, 'sti stronzi! E io senza lavoro che mi rovino la vita, dannazione! La quinta bottiglia la bevo sul pavimento del salone, nuotando nel mio vomito, con la tv accesa su un canale locale. Un ragazzetto strabico biascica di un appuntamento stanotte a Mondello. Finisco la sesta bottiglia attaccato ad un telefono erotico. All'altro lato del filo una tizia spaventata cerca di descrivermi i suoi stivali. Provo a farmi dire dove lavora, le prometto di andarla a prendere con la Y10. Mi spazientisco, inizio a minacciarla, le dico che la ritroveranno in un sacchetto dell'immondizia ai Danisinni. Non mi reggo in piedi, sfascio mezza casa. Quasi dó fuoco al tappeto, poi lo lancio fuori dal balcone. Sono le 11, suonano le campane. Rosy torna a casa. La riempio di botte. Amen.

Questa sera non odiarmi.

Eccomi lí, dentro la Y10 sporca di fango, che ascolto Venditti a palla con Giusy nel bagagliaio. Ancora buio fuori. L'alba non arriverá mai. Imbocco la Favorita a velocitá pazzesca. Le mani mi tremano cosí stringo forte il volante. Gli abbaglianti illuminano sprazzi di sottobosco come paparazzi diabolici. Giusy deve essersi ripresa. Sento che starnazza qualche nota, cerca di seguire la musica e la voce di Antonello la fa stonare. Ma non posso, non posso abbassare il volume. Non adesso. La Favorita mi ha risucchiato e sembra non finire mai, fortuna che ci sono i subwoofer a tenermi compagnia. Gli alberi vanno veloci, odore di notte, odore di mare in decomposizione. Un animale attraversa la strada di scatto. Poi un rumore sordo, coperto dalla voce di Antonello. I freni a tavoletta. Una nigeriana é coperta di sangue, ha le gambe aperte, ma neanche la Cuccarini potrebbe divaricarle a quel modo. Forse chiede aiuto ma a me pare che stia cantando Grazie Roma. Giusy scalcia dentro il cofano. Grida <>. Mi viene da piangere, afferro la nigeriana da sotto le ascelle, la spingo oltre l'asfalto, giú nello sterrato. Poi risalgo in macchina ed apro un'altra boccina di popper. Il sole inizia ad accendersi, mi sono lasciata alle spalle la Favorita. All'Addaura non c'è anima viva, ma se le canoe potessero parlare vi direbbero che l'espressione nei miei occhi é vuota come una partita finita 0 a 0. La Y10 impenna sul marciapiede, quasi la ribalto. Poi freno. Corro ad aprire il bagagliaio. Giusy é sporca di merda. Sangue e merda. ma anche cosí mi assomiglia. Si vede che é mia sorella. La lavo a mare, batte i denti. La prossima volta devono pagarmi di piú. Lei sorride. Sorride sempre Giusy. Stavolta l'hanno ridotta male.

domenica 17 febbraio 2008

Benvenuti tra i rifiuti.

Ciao sono matapolio in cartilagini ed esantemi. Tutto, ma proprio tutto per voi, miei amari lettori. Qui troverete i miei racconti e molto altro, la mia biografia, quella dei miei amici vivi e quella dei miei amici morti. La biografia come avrete capito é giá tutta nell'opera, quindi. Un ricordo affettuoso a Maurice Bertelsen, il mio maestro, il mio nume tutelare. La sua filosofia é alla base di tutto il mio agire (ma di quello di tutti, direi senza tema di smentita). Ma adesso bando alle ciance ed ecco i miei raccontini su Palermo, pubblicati (quasi tutti) sul sito di repubblica. Sapete che vi dico? Andate a votarmeli, cosí avrete modo anche di leggere gli scritti degli altri partecipanti. Il link: http://palermo.repubblica.it/dettaglio/Favole-palermitane/1376813