giovedì 10 aprile 2008

Omaggio a Maurice Bertelsen.


Io vivo, ma vivo perché l'essere é in modo. Non oltre o altrimenti.


Basta solo questa frase, semplice, tagliente come una lama di damasco, a spiegare tutta la filosofia di Maurice Bertelsen, il mio maestro, il mio punto di riferimento letterario e non solo.


Poche e contrastanti le informazioni biografiche, spesso depistate dallo stesso, che sosteneva l'inesistenza del tempo e quindi si divertiva a mescolare i riferimenti alla sua vita come fossero pezzi di un mosaico asincrono.


Nato in Svezia, fin da ficcolo si appassiona ai classici della filosofia per spirito di "emulazione". Si narra, infatti, che suo padre, di origini francesi, passasse giornate intere chiuso in biblioteca dove studiava la Scienza della Logica. Scoprirá soltanto alla morte del genitore che quella della "Scienza della logica" era solo una scusa per portare avanti una tumultuosa tresca con la moglie del vicino di casa.

Quando scopre l'increscioso adulterio il giovane Bertelsen si rende conto di avere fondato la sua vita su un equivoco, cosí inizia una revisione delle sue idee. Si distacca dalla metaficica hegeliana e si avvicina alla prassi rivoluzionaria. Alcune aspre prese di posizione anti-monarchiche gli causano dissapori con le autoritá del suo paese, dissapori che culminano con l'auto-esilio nell'isola di Malaga.

Nel sud della Spagna di lui si perdono le tracce per alcuni anni. Si racconta che in quel periodo il nostro si sia allontanato dalla filosofia per studiare ballo flamenco. Bertelsen racconta in un'intervista, che si era innamorato di una bella gitana dagli occhi come gocce di mare e che lei gli aveva insegnato qualche passo di danza.

Costretto a fuggire dalla Spagna con l'avvento di Franco, Bertelsen si trasferisce in Francia, a Parigi, presumibilmente dai nonni paterni, almeno all'inizio del suo soggiorno. Si avvicina agli ambienti delle fumerie d'oppio e in preda ai fumi delle droghe inizia a maturare la sua visione antitemporale.

Passai la guerra in un lungo, caldo torpore. Non ricordo niente, solo cuscini di raso ricamati.

Prova a rientrare in Spagna ma viene bloccato alla frontiera, vive coi pastori nei Pirenei perché non ha i soldi per tornare a Parigi. In questa fase che lui stesso definisce virgiliana matura l'idea di modalitá. Riallacciandosi all'etimologia della parola, la modalitá bertelseniana é un "limite" un "viaggio guidato" che divide l'essere da ció che vive e tutto il resto. Riallacciandosi al concetto di tempo, l'unica concezione possibile di modalitá puó avvenire fuori da esso, tutto il resto é fatica sprecata. Negando il tempo Bertelsen viene considerato un eretico e accolto con risate di scherno nei circoli accademici e nelle universitá. Il governo svedese fa scomparire le 1000 copie della sua prima opera: Studio sui metodi. Stampate clandestinamente a Stoccolma. Non era piú concepibile la vita, avevo la sensazione chiarissima di tutti chilometri da percorrere per ricominciare.

Il suo sfortunato ritorno in Svezia coincide con due lutti terribili, la morte della madre e della bella gitana (con cui comunque non aveva piú rapporti da tempo, ma che aveva idealizzato). Si perdono le sue tracce un'altra volta. Probabilmente il filosofo visse in uno stato di dura depressione. Lo ritroviamo a Parigi, dove scrive alcuni saggi brevi importantissimi, il cui argomento principale é il concetto di limite dinamico. Finalmente si delinea la triade modalitá-modi-limite dinamico che é un pó la struttura di tutto il suo pensiero. Sfortunatamente gli scritti di cui sopra verranno smarriti dal malvagio editore, a cui Bertelsen incautamente invia l'unica copia esistente. Le testimonianze che ci restano sono tratte da alcune carte che presumibilmente il nostro scrisse a mó di sunto per una serie di lezioni.

Bertelsen nell'ultima fase della sua vita si avvicina molto all'arte. Dal suo punto di vista ogni produzione artistica é l'affermazione della modalitá perché uccide il tempo. Diventa un assiduo frequentatore dei teatri e soprattutto dei cinema, di cui evidentemente ammira le capacitá di sintesi e di allucinazione ipnagogica. Presumibilmente in questo periodo il nostri si astrae cosí tanto dalla realtá che inizia a concepire la modalitá con tratti quasi religiosi, arrivando, sembrerebbe, a personificarla nella bella gitana.

Scompare a Palermo durante la stesura del suo capolavoro, l'incompiuto: Della modalitá morale. Una summa del suo pensiero in cui da un discorso ontologico si arriva a poco a poco ad un discorso morale e di prassi.

Il mistero che avvolge la sua scomparsa é pressocché inestricabile, gli ultimi testimoni dicevano di averlo visto la notte di capodanno del 1983 che camminava per la cittá distruggendo col suo bastone, tutti gli orologi che incontrava.

Al di lá dei facili manicheismi e delle prese di posizione deterministiche e stantie, Maurice Bertelsen resta uno dei filosofi piú misteriosi ed appassionanti di tutto il '900. Di lui e della sua opera restano solo frammenti e spezzoni, probabilmente quello che conosciamo del suo pensiero é solo la punta di un iceberg ma basta quel poco rimasto a farci intravedere la luciditá del genio, l'intransigenza dell'uomo, la coerenza del pensatore, l'inquietante parallelismo tra l'opera e la biografia.

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