I cumuli di immondizia sembrano delle montagne variopinte, frastagliate, morbide. Noi non viviamo coi nostri genitori. Non celi abbiamo piú i genitori. Qualcuno sí, ma é come se non li avesse. Siamo stati abbandonati, molti di noi sono fuggiti, come Nello, che non parla mai, ma parlano le sue cicatrici nella schiena. Giá. Si puó anche scappare dai genitori, se i genitori sono cattivi. A me mi mancano il papá e la mamma, ma ormai ho 9 anni, quasi 10, e so cavarmela da solo. Siamo scappati dall'istituto da qualche mese. Io sono rimasto con Iole perché é la mia ragazza, e si prende cura di me. Poi a poco a poco si sono uniti Nello e gli altri. Adesso siamo una ventina e sono sicuro che qualcun altro si aggiungerá a noi. C'è un bambino che ci spia da lontano, secondo me ha paura o é timido, ma finirá per venire. Sará la fame a farlo decidere, come per tutti. In branco é piú facile sopravvivere.
Dicevo. Noi campiamo rovistando tra i rifiuti, piú che altro. Riusciamo a raccogliere quanto basta per tirare avanti e a volte anche di piú. Ci sballiamo sniffando solventi o vernici. Non ci interessano i bei vestiti o la pulizia, siamo bambini e di queste cose ce ne freghiamo. Vogliamo restare liberi e fare quello che ci pare. L'immondizia é la nostra ricchezza.
Iole mi stringe la mano, mi aiuta a salire sulla cima della montagna. É piú grande di me e anche sviluppata, peró é la mia ragazza. GUARDA CHE HO TROVATO. Dice Nello. É strano perché é la prima volta che apre bocca da quando si é unito a noi. Ha in mano una palla di cuoio, bianca e rossa. Nuovissima. Io sniffo dal sacchetto di plastica che mi porto dietro, pieno di vernice argentata. ADESSO FACCIAMO LE SQUADRE. Il sole riscalda l'immondizia e il tanfo é insopportabile. Mi prudono i capelli.
mercoledì 10 giugno 2009
Resuttana's blues
Se nasci in via Resuttana, passi l'infanzia in via Africa, ti innamori di una ragazza in via Danimarca e cerchi di andare bene a scuola per crearti un futuro e potere chiedere la sua mano per te San Lorenzo é tutto. Per questo motivo rimasi frastornato quando mi dissero che avevo 48 ore per fare le valigie e sloggiare da casa mia. Non pensavo tanto a me stesso, quanto ad Arianna, che non avrei piú potuto rivedere: non si puó dire che stessimo inseme, né che mi amasse. Diciamo che sono un timido e quindi i passi per avvicinarmi a lei sono stati lunghi e diluiti nell'arco di 10 anni. Adesso peró era venuto il momento di invitarla a mangiare una pizza. Ero riuscito a comprarmi una macchina, avevo anche un lavoro come aiuto biciclettaro da Canattella, insomma me la passavo bene e gli esami alla scuola serale pensavo che li avrei superati senza troppe difficoltá. Ma ecco che questi motociclisti vestiti di nero minacciano che ho 48 ore per fare le valigie e sloggiare da casa mia. E mia nonna? Che ne sará di lei che é praticamente cieca? No, non va bene. A questo punto chiesi al mio capo, il famoso ciclista Toti Canattella, un consiglio. Lui mi guardó fisso negli occhi continuando ad oliare un cambio Shimano. PARLANE CON LO ZIO PIPPO. Andai a casa dello zio Pippo, era un ex presentatore televisivo dalle doti medianiche che si guadagnava da vivere leggendo i tarocchi e facendo oroscopi alle signore del quartiere. Mi guardó fisso negli occhi continuando a mangiare semi di zucca. FUTTITINNE. Mi consiglió. Io tornai a casa, pulii la nonna e mi misi a dormire. L'indomani il mio capo mi chiese se avevo sentito la notizia. Io dissi di no. U SAI I MOTOCICLISTI?. Il premier li aveva fatti sparire e nessuno seppe mai il motivo. Adesso mi tocca andare da Arianna. Me la faccio sotto.
Guadagna's blues
Ero il migliore stigghiolaro di Palermo e quindi del mondo. Il mio segreto? Non avevo segreti a parte quello di comprare io stesso la carne, scegliendo le stecche una per una, scartando quelle che mi sembravano troppo grasse o sporche. Arrotolavo il budello con forza, in modo che poi si cucinasse uniformemente. Salavo leggermente e lavavo in un bagno di acqua e aceto. Poi cucinavo sul momento: non sono a favore della barbarie della stigghiola prearrostita e poi solo scaldata alla brace, va bene, si risparmia tempo, ma il gusto ne risente parecchio. Avevo una baracchetta fatta di lamiere annerite dalle parti della Guadagna. La gente mi conosceva bene e mi conoscevano anche i cani randagi del quartiere, che dovevo prendere a calci per scacciarli. L'odore bianco delle stigghiola annebbiava la strada, attirando schiere di palermitani affamati, pronti, tra una stecca e un bicchiere di vino, a lamentarsi di qualcosa o sparlare qualcuno: due tra gli sport piú praticati nel capoluogo. Ora le cose sono cambiate. Trovare la materia prima é molto difficile e poi mi é capitato di essere assaltato da gente impazzita per la fame. La peggiore fu una coppia di svitati: col camice bianco lei e un uncino lui. Mi hanno scarventato per terra. Ho cercato di difendermi col mio coltello, ma il tipo con l'uncino era agile e mi sfiló l'arma con un colpo di moncherino (quello dell'altra mano) al basso ventre. Io sono grasso, il cuore ha cominciato a parlpitarmi. Mi mancava l'aria. Il cielo si fece nero come la carbonella. Quando mi risvegliai mi avevano derubato di tutto, anche il coltello si erano presi e i piatti di plastica arancioni. Cosí smisi con le stigghiole. Adesso ho un sacco di tempo libero. Ma qualcosa mi manca, Mi sento senza molte prospettive, come una stigghiola arrotolata male.
Bonagia's blues
Uno dei quartieri di Palermo che mi ha sempre affascinato, Bonagia. Le strade larghe, i cassonetti verdi, la campagna che non si vuole arrendere recintata, i bambini grigi come l'asfalto, i palazzi minacciosi e squallidi, le casupole - ma sono ormai poche - a due piani, che fanno angolo, le montagne dietro, la circonvallazione vicino. Bonagia é un timido paradiso migliorabile. Mi dispiace abbandonare quei posti, quelle strade, quei ricordi, ma dopo che Lucio si é arruolato non c'è rimasto un uomo vero, a casa, e mia sorella e la nonna si spaventano degli sciacalli. Hanno deciso, dopo che la zia Clara ha risposto ad una nostra lettera recapitatagli da un camionista particolarmente irsuto, di smontare tutto e trasferirci in campagna, almeno finché la situazione non si calma un po'. Io ormai sono l'uomo di casa, anche se ho solo 11 anni. Ma sento addosso il carico pesante della responsabilitá. Aiuto a caricare la nuova 500 e dó un'ultima occhiata, la macchina dentro l'autostrada allontanandosi, al quartiere Bonagia, alle sue guglie, ai rosoni, agli archi rampanti e ai capitelli, alle strombature e ai loggiati; ormai lontani, mettiamo un cd taroccato di Venditti. La giornata é fresca. Teniamo i finestrini chiusi. Qualcuno sgancia una puzza. Lo giuro che non sono io! Mia nonna e mia sorella non ci credono, cerco una maniera convincente di discolparmi, proprio un attimo prima che ci fermino al posto di blocco. Sono pochi, in realtá. Ed uno sta addirittura sulla sedia a rotelle. DATECI IL MEZZO. Ci intima il tipo con la collanina a forma di svastica. Mia madre preme l'accelleratore a tavoletta e sfreccia attraverso quel gruppetto di sfasciallitti. Il tizio sulla sedia a rotelle perde l'appiglio e casca per terra. Ridiamo, ma l'odore della scoreggia é ancora tra noi.
martedì 9 giugno 2009
Matapolio come Nostradamus
Non so se avete tirato le somme, in ogni caso, basta andare un pó a ritroso nel blog, spulciando i miei raccontini per assistere allo scandalo del premier PRIMA che questo scandalo effettivamente fosse stato svelato dai giornali (Repubblica e El Pais in primis).
Giá avevo parlato dell'harem del premier*, delle sua donne, di come le comprasse e usasse a suo piacimento. Tutto questo si é rivelato vero, e come spesso succede la realtá supera l'immaginazione.
Lo scandalo di Villa Certosa é quanto di piú letterario sia successo ad un presidente del consiglio sin dai tempi della prima repubblica (secondo solo al "bacio" di Giuliano Andreotti), e questo é soprattutto merito mio.
Sono convinto, infatti, leggendo i dati del blog, che i dirigenti di mediaset, i pubblicisti di berlusconi, leggano costantemente i miei scritti. Dopo averli letti li confrontano con la realtá di tutti i giorni e ne traggono le loro considerazioni. il loro piano é rendere la vita sempre piú simile ai miei racconti. Se mi pagassero per questo sarei giá ricco. Pagatemi, su!
Scusate se non ho aggiornato il blog da tempo. La colpa é stata mia, del clima politico, del mio ultimo viaggio, della crisi e delle mie dipendenze.
Mia uguro di potere scrivere tante nuove storie al piú presto ed allietare le vostre grigie vite, ancora per un pó.
Saluti profetici.
M.
*La parola "premier" é insulsa, la odio, in quanto invenzione berlusconiana. Usatela il meno possibile, ve ne prego. molto meglio "presidente del consiglio".
venerdì 24 aprile 2009
La pasta madre.
(dedicato a Moreno, Sebastiano, Emiliano e a tutti gli altri miei amici panificatori)
Cazzo. Frusta. Tende di velluto pesanti. L'aria fredda del condizionatore whirlpool. Lo schiocco sulla mia pelle. Cazzo. Frusta. Gli occhi lacrimano ma sono felice. Ricordo Claudia vestita completamente di pelle. Io il lattice non lo sopporto, mentre la pelle, quella si. Fa odore. Apparteneva ad un animale. Vive. Lei sembra a suo agio con il cazzo di gomma. MA CHE RAZZA DI PERSONA SONO DIVENTATO? Penso mentre lei fa schioccare la frusta sulle mie natiche. Vorrei parlare, ma le direi di smettere, quindi non dico niente. CAZZO. Quando il piacere si fa insostenibile chiudo gli occhi. Ma non del tutto. Dallo spiraglio che resta aperto vedo la realtá deformata. Claudia é come un gelato velenoso, una cataratta insensibile. Mi faccio trasportare dal tatto. Il tatto é tutto.FRUSTA. Tutto tatto. Mentre la pelle si impregna di sudore e genera sudore. Dalle inferriate intravedo i passanti, su in via Principe, fare la fila per uno sfincionello. Ironico, no? Una fila lunghissima che si attorciglia fino ai quattro canti, per il razionamento. Ma a me che importa? Sono il fornaio e la mia ricchezza é direttamente proporzionale all'altrui povertá e disperazione. Sono l'unico fornaio rimasto e per questo posso prendermi il lusso di farmi appendere da Claudia, la figlia del portiere, di Piana. No. Non mi bastano piú i cannoli. Non mi bastano piú i cannoli, dammi tua figlia, se vuoi il pane. Ma Claudia é perfetta. Cazzo. Frusta. Non c'è stato bisogno di insegnarle niente. É come uscita fuori dalla pasta madre. Mi sento lievitare. Adesso lo so che cosa significa essere felici. Adesso lo so. É la paura, la certezza, che quel grosso cazzo di gomma mi penetrerá. Anche il desiderio, in fin dei conti. Soprattutto il desiderio.
Cazzo. Frusta. Tende di velluto pesanti. L'aria fredda del condizionatore whirlpool. Lo schiocco sulla mia pelle. Cazzo. Frusta. Gli occhi lacrimano ma sono felice. Ricordo Claudia vestita completamente di pelle. Io il lattice non lo sopporto, mentre la pelle, quella si. Fa odore. Apparteneva ad un animale. Vive. Lei sembra a suo agio con il cazzo di gomma. MA CHE RAZZA DI PERSONA SONO DIVENTATO? Penso mentre lei fa schioccare la frusta sulle mie natiche. Vorrei parlare, ma le direi di smettere, quindi non dico niente. CAZZO. Quando il piacere si fa insostenibile chiudo gli occhi. Ma non del tutto. Dallo spiraglio che resta aperto vedo la realtá deformata. Claudia é come un gelato velenoso, una cataratta insensibile. Mi faccio trasportare dal tatto. Il tatto é tutto.FRUSTA. Tutto tatto. Mentre la pelle si impregna di sudore e genera sudore. Dalle inferriate intravedo i passanti, su in via Principe, fare la fila per uno sfincionello. Ironico, no? Una fila lunghissima che si attorciglia fino ai quattro canti, per il razionamento. Ma a me che importa? Sono il fornaio e la mia ricchezza é direttamente proporzionale all'altrui povertá e disperazione. Sono l'unico fornaio rimasto e per questo posso prendermi il lusso di farmi appendere da Claudia, la figlia del portiere, di Piana. No. Non mi bastano piú i cannoli. Non mi bastano piú i cannoli, dammi tua figlia, se vuoi il pane. Ma Claudia é perfetta. Cazzo. Frusta. Non c'è stato bisogno di insegnarle niente. É come uscita fuori dalla pasta madre. Mi sento lievitare. Adesso lo so che cosa significa essere felici. Adesso lo so. É la paura, la certezza, che quel grosso cazzo di gomma mi penetrerá. Anche il desiderio, in fin dei conti. Soprattutto il desiderio.
martedì 31 marzo 2009
1022 giorni
Sono una cagna. Sono la cagna del premier. Non lo ero ma lo sono diventata. Lo sono diventata per amore, lo sono diventata per Nicola. Quando l'ho visto sabato sera, sulla sedia a rotelle, invecchiato, consumato, rovinato, sconfitto, distrutto dall'ironia della vita e dell'amore non ho potuto fare a meno di staccarmi dalle altre. Lui si é alzato dalla carrozzella, ha fatto qualche passo verso di me ed io l'ho abbracciato. Per non farlo cadere, per proteggerlo. Poi ci baciavamo. Non so perché, non l'ho capito, ma mi sentivo in un'altra vita, in un'altra stanza, in una dimensione parallela. Erano 1022 giorni precisi che non ci vedevamo, non ho mai smesso di contare, dentro di me, i giorni. Ricordo ancora quella mattina. Io che andavo a fare il master in moda e stilismo a Milano. La notte che lui passó a casa mia, la notte in cui non smettemmo un solo istante di piangere, nessuno dei due, nemmeno mentre facevamo l'amore. Poi quell'assurda promessa. Di aspettare la fine del master, per capire, per capirci, dicevo io. E lo so che lui mi aspettava, al caldo di Palermo, mentre io conoscevo stilisti finti gay, giornalisti arrapati, vecchie signore campionesse di lifting e infedeltá. Poi tornai in Sicilia. un pó schifata, un pó cambiata, in realtá piena di vergogna. Vergogna per non essere diventata l'artista che volevo diventare, vergogna per averlo lasciato lí, il nostro amore. Solo a ingiallire. Quella volta che mi chiamó. Qualcuno gli aveva detto che ero tornata. MI AMI? Chiedeva disperato, piangendo. SÍ, SÍ MA NON POSSIAMO STARE INSIEME. Gli dicevo io, e cancellai il suo numero dal telefonino. Poi le cose andarono veloci dopo le elezioni. Adesso Giacomo Sacfidi, il premier, dice di avermi perdonato. Ero la sua preferita ma sono diventata la sua cagna. Lo sono diventata per amore.
Sabrina
Cercavo di schivare i colpi per proteggere i denti, che ora a Palermo, nel mezzo della sommossa un dentista non é facile trovarlo. Crecavo di proteggere i denti perché il nervo scoperto dá un grande dolore, ma di certo meno grande e meno doloroso di quello che sta provando il mio cuore ora. Ho visto Sabrina. La mia Sabrina, ed era nuda, bellissima e nuda, con le altre donne del premier, su, nella villa gigantesca di San Martino. Fu lei a riconoscermi per prima. Io, dopo tutto questo tempo, un relitto d'uomo. Per giunta sulla sedia a rotelle, ancora sotto effetto degli oppiacei che avrebbero dovuto portarmi alla morte. Il resto é ancora piú strano e incredibile. Io che mi alzo in piedi, nella sala colorata, davanti al premier incredulo, Sabrina che mi abbraccia e mi avvolge con la sua pelle nuda e il profumo sconcio da puttana che si mescola all'odore della saliva delle altre ragazze, Sabrina che mi bacia - é piú forte di lei - e il suo bacio che sa di lacrime. Lacrime profonde, lacrime amare di rimorso, lacrime amare come il chinotto, per la mia lingua assetata. Poi il premer si incazza di brutto. GENIO O NO IO QUESTO LO FACCIO A PEZZI. Mi strappano con la forza da Sabrina. Mi riempiono di botte. Io penso al tempo. A quanto tempo dall'ultima volta che ci siamo visti. Mi sembra poco in effetti, poco tempo, ma di un'altra vita, non della mia. Il Premier schiaffeggia Sabrina, le dá un morso sul collo, feroce. PORTATELO VIA! NON LO VOGLIO PIÚ VEDERE! Urla a Franz e agli altri camerati. Ed ecco che mi ritrovo qua fuori, col freddo pungente di San Martino e una pioggerella gelida, mentre i miei amici mi piacchiano senza pietá. HAI ROVINATO TUTTO! Piagniucola Franz. Io penso solo a lei, loro non capiscono? Se mi ammazzano mi fanno un piacere.
lunedì 30 marzo 2009
Insurrezionalismo.
Mi chiedo cosa penserebbero i veri insurrezionalisti della mia insurrezione. Probabilmente la schiferebbero. Non é molto rivoluzionaria, la mia insurrezione. Non lo é perché non credo nella gente. Va bene l'avanguardia, ma la gente non vuole la libertá. Non la gente comune. Non adesso, non piú. C'è qualcosa di pauroso e terribile nella libertá, che atterrisce e spinge a votare ai mostri. Siete mostri in mezzo ai mostri. Questo penseranno i veri insurrezionalisti. Questo lo penso anche io, pur non essendo, almeno da sveglio, per la gioia armata.
La gioia armata.
Giorni fa, mentre guardavo un autobus della linea AMAT 230, che affondava sbuffando a largo di Carini mi resi conto che avevo sbagliato tutto. Lasciai la borsa qualche metro dietro di me e i sacchetti col riso e le lenticchie e mi sedetti sulla spiaggia. L'acqua entrava dai finestrini e la vettura gorgogliava stancamente mentre il sole del pomeriggio si faceva piú tenue all'orizzonte. ABBIAMO SBAGLIATO TUTTO. Pensai. I gruppi di affinitá, gli espropri dai notai, alle poste, l'azione diretta, tutto quello per cui ho lottato e combattutto da quando avevo 16 anni. Se davvero la societá senza stato, senza leggi senza potere, é questa, per cosa ho dato la vita? La gioia armata. No, non é gioia, é noia. Perché adesso qui c'è davvero l'insurrezione e la gente scappa. Lo spontaneismo non ha piú senso, vincono i gruppi gerrachizzati. Guardo adesso l'acqua che avvolge l'autobus, arriva ormai allo specchietto retrovisore del conducente, anche il sole sta scomparendo. Cosi come é scomparsa in me la gioia armata. Dovrei tornare a casa, alla mia vita non piú borghese, che ho odiato che ho usato come paravento alle riunioni clandestine, senza che mio marito sospettasse nulla, e poi la mattina un bacio e al lavoro. Gli raccontavo che erano riunioni sindacali, ma lui non sapeva, povero Luca! 9 anni insieme e nemmeno una pallida idea di chi io sia veramente. L'autobus é scomparso e anche il sole. Comincio a sentire freddo. Tiro su il colletto della blusa e raccolgo i sacchetti col riso e le lenticchie. Torneró a casa. Stanotte faró l'amore con Luca, lo stringeró a me fino alla fine. Voglio cambiare, sono giá cambiata, cambieró ancora di piú. Faró un figlio, diventeró una persona normale e forse tra qualche anno gli racconteró tutto e lui capirá. Respiro la nottte e sa di alghe.
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