Seguo una signora abbigliata con un vestito dalla foggia bizzarra, fuori moda, di alpaca. La seguo perché ha un sacchetto bianco tra le braccia, un sacchetto la cui forma rotonda tradisce il contenuto. Io uccideró questa donna se oserá resistere. Io voglio l'anguria che c'è dentro il sacchetto. La voglio tutta per me perché ho fame. Le 3 dita scheletriche che rimangono intere nella mia mano destra stringono forti il manico zigrinato del coltello che usavo per pescare i ricci. La signora gira per via Ugdulena, imbocca una strettoia che sbuca in una ripida discesa asfaltata solo per metá. ECCO. Penso. É IL MOMENTO. Faccio un salto con l'intenzione di proiettarmi davanti alla donna, cercando di mantenere una direzione obliqua che mi permetta di non atterrare nella zona sterrata, senza asfalto. Spicco il volo ma il mio corpo senza forza mi tradisce sul piú bello, facendo piegare malamente la gamba destra e imprimendo una rotazione del tutto scoordinata che mi spinge nel precipizio sterrato della discesa piú ripida. Cado insomma. Come un sacco di patate mi allavanco e sbatto pure la spalla. CHE SUCCEDE? Sbotta la signora. Poi si ritrae inorridita. Io le porgo la mano, per minaccia, ma mi accorgo dal suo sguardo che qualcosa non va. Ma sí, lo sapevo! Dovevo capirlo! Il coltello, cazzo, il coltello che stringevo, durante la caduta, mi é scivolato di mano e l'ho riafferrato un momento prima di atterraci di sopra. L'ho afferrato dalla parte sbagliata.
La signora ed io guardiamo le 3 dita scheletriche della mia destra che giacciono inerti tra l'asfalto e la polvere. Dal moncherino zampilla il sangue. POVERA CREATURA! Esclama la donna. Io la guardo in cagnesco ma lei ha giá deciso. VIENI, TI AIUTO IO, SONO INFERMIERA. Mi carica sulle spalle, é una donna forte, mi porta via.
mercoledì 11 marzo 2009
Fosforo.
A Bagheria. Entrammo nella fabbrica Chemilplas che era notte. Franz aveva la formula e uno sguardo allafannato. Non eravamo poi molti, forse 15, ma ben addestrati. Coi nostri anfibi e le cinture comprate di sgarrubbo in via Lattarini.
AI VOSTRI POSTI! NON C'É MOLTO TEMPO.
Salii su una rampa che dava su un container pieno di fosforo bianco.
Qualcuno armeggiava coi gas, un ragazzetto figlio di un noto politico aveva preso fuoco accidentalmente e correva nell'atrio della Chemilplas come una lucciola anfetaminica.
L'ABBIAMO PERSO.
Mi sussurra Cris cercando di aprire un portello a tenuta stagna.
Intanto Franz si aggirava come un direttore d'orchestra, muovendosi un pó qua e un pó lá, dando ordini, incoraggiando i camerati, rimproverando taluno, esortando talaltro.
Finalmente arrivó Masao, il cervellone, col suo pc portatile modificato che sembrava un carrarmato, montanto com' era su una barella rubata da chissá quale stanza d'ospedale. Si connesse alla rete, riuscí persino a fare accendere i compressori sfruttando un generatore d'emergenza.
Io svuotai il serbatoio per metá, e mi sentii fiero quando Franz mi accarezzó sulla testa rasata.
IL DETONATORE É OK.
Esclamó Masao a un certo punto. Con un moto Ape due camerati trasportarono fuori l'enorme ordigno chimico che avevamo assemblato in tempo di record.
SOLO 3 ORE E 20 MINUTI.
Si complimentava Franz il giorno dopo, nel pomeriggio, quando dal cielo inizió la pioggia di pulviscolo bianco. Bevevamo birra alla sede mentre la gente attorno a noi urlava per le ustioni chimiche.
QUESTO É SOLO L'INIZIO, CAZZO.
Sentenziava Franz ormai un pó brillo. Masao si strofinava le mani mentre Cris gli preparava lo sciroppo di metadone.
Io guardavo quella strana neve bianca che scendeva dal cielo e mi sentivo figo. Proprio figo.
AI VOSTRI POSTI! NON C'É MOLTO TEMPO.
Salii su una rampa che dava su un container pieno di fosforo bianco.
Qualcuno armeggiava coi gas, un ragazzetto figlio di un noto politico aveva preso fuoco accidentalmente e correva nell'atrio della Chemilplas come una lucciola anfetaminica.
L'ABBIAMO PERSO.
Mi sussurra Cris cercando di aprire un portello a tenuta stagna.
Intanto Franz si aggirava come un direttore d'orchestra, muovendosi un pó qua e un pó lá, dando ordini, incoraggiando i camerati, rimproverando taluno, esortando talaltro.
Finalmente arrivó Masao, il cervellone, col suo pc portatile modificato che sembrava un carrarmato, montanto com' era su una barella rubata da chissá quale stanza d'ospedale. Si connesse alla rete, riuscí persino a fare accendere i compressori sfruttando un generatore d'emergenza.
Io svuotai il serbatoio per metá, e mi sentii fiero quando Franz mi accarezzó sulla testa rasata.
IL DETONATORE É OK.
Esclamó Masao a un certo punto. Con un moto Ape due camerati trasportarono fuori l'enorme ordigno chimico che avevamo assemblato in tempo di record.
SOLO 3 ORE E 20 MINUTI.
Si complimentava Franz il giorno dopo, nel pomeriggio, quando dal cielo inizió la pioggia di pulviscolo bianco. Bevevamo birra alla sede mentre la gente attorno a noi urlava per le ustioni chimiche.
QUESTO É SOLO L'INIZIO, CAZZO.
Sentenziava Franz ormai un pó brillo. Masao si strofinava le mani mentre Cris gli preparava lo sciroppo di metadone.
Io guardavo quella strana neve bianca che scendeva dal cielo e mi sentivo figo. Proprio figo.
mercoledì 11 febbraio 2009
La versione porno di I've benn loving you too long.
Versione allucinate della meravigliosa canzone portata al successo dal mai troppo compianto otis redding. In questa curiosa cover Ike & Tina si lasciano davvero andare (aspettate la fine del video e capirete!).
lunedì 2 febbraio 2009
Margherita con funghi
Ordino una pizza in via Ximenes e vedo i ragazzi sui motorini, senza casco, che impennano e buttano voci. Penso che dovrei essere uno di loro ma che non saró mai uno di loro. Ho paura. Ho paura di tutto quindi preferisco non fare niente. Oggi per esempio sono rimasto tutto il giorno a casa a leggere un libro di Calvino. Poi avevo fame e visto che mia madre fa il turno di notte e mi ha lasciato i piccioli sulla scrivania ho deciso di scendere per una pizza. La cittá é strana dopo gli ultimi capovolgimenti politici. La gente si comporta come se fosse il suo ultimo giorno sulla terra. É tutto irreale. O forse é solo l'odore di plastica bruciata che mi stordisce. Ordino una margherita con funghi e mi siedo al tavolino ad aspettare. Dentro di me spero che il pizzaiolo faccia presto, giá le facce delle due signore che aspettano dopo di me mi provocano una strana sensazione alla pancia. Cosí mi concentro sulle mie mani. Le dita un pó pelose mi piacciono, sono belle dita lunghe da poeta malinconico. Guardo le mie mani e un fiocco bianco che scende dondolando dal cielo. Sembra neve, ma non é tempo di neve malgrado sia inverno. Il fiocco candido a contatto con la pelle provoca una reazione di formidabile bruciore, una specie di prurito moltiplicato per mille, un morso di cento insetti geneticamente modificati. Poi inizia a nevicare sul serio. Balzo dentro la pizzeria gridando. Intanto passa la motocicletta di poco fa il ragazzino che la guida adesso la faccia gonfia come un melone, peró butta voci come prima. Forse con un tono piú stridulo. Col cartone della pizza sulla testa riesco ad arrivare al portone.Sono a salvo, non mi pare vero.Con la coda dell'occhio vedo una delle signore della pizzeria sola nella tempesta, sembra che lotti coi fantasmi.Non ce la puó fare.
Vita da Premier
Mi faccio chiamare premier perché sono il capo e visto che sono il capo ho il potere. Ieri all'entrata della mia villa a San Martino c'era un gruppetto di sfollati: una madre e due bambini, di cui uno pesantemente ustionato di sicuro dalle piogge acide. Andavano in giro su un moto ape modificato e sembravano sporchi e affamati. Bé, sapete che ho fatto? Li ho accolti a casa. Certo Anna ha storto un pó la bocca, anche Katia non era contenta, Sabrina invece li aiutó da subito. Li fece accomodare in cucina, dove gli serví gli avanzi del giorno prima: pasta alla cernia e canapé con uova di quaglia, poi aiutó la madre a pulire i bambini. Il piccolo era veramente messo male, aveva la metá del corpo piena di ustioni chimiche. Insomma, si sono fatti il bagno, poi gli ho anche detto SABRINA DAGLI QUALCHE TUO VESTITO PULITO. E Sabrina allora ha storto il naso anche lei. Ci tiene tanto ai suoi vestiti, ma io volevo metterla alla prova e poi non avevo di meglio da fare per passare il tempo. Sabrina non voleva dargli alcun vestito cosí la obbligai a spogliarsi davanti a tutti e dargli i suoi. Lei piangeva e le altre ridevano. Mi faceva pena, alla fine è solo una ragazzina, una ragazzina che IO ho salvato da una vita mediocre e ordinaria; l'ho fatta diventare la donna del premeir e dovrebbe essermene grata, invece continua col suo carattere selvaggio e capriccioso. Sará per questo che é la mia preferita (insieme ad Anna). Insomma Sabrina inizió a gridare, mentre gli sfollati si stringevano tra loro, spaventati. Alla fine si spoglió e diede i vestiti alla donna. SARAI CONTENTA ADESSO! Le rinfacció. Avevo vinto, avevo dimostrato un'altra volta il mio potere, cosí chiamai Aldo, gli feci decapitare madre e figli e offrii le loro teste a Sabrina su un vassoio d’argento. Poi scopammo.
mercoledì 10 dicembre 2008
Bianca neve in via Africa
Sandro e Gino erano fuori, coi ragazzi della via Africa, a giocare una partita di pallone che durava ormai da ore, intanto Briciola dormiva accucciata ai miei piedi, davanti alla tv spenta. Cuocevano i broccoli che la casa puzzava di morte quando aprii, malgrado il freddo, la finestra, quella che dá su via Resuttana, mentre dall'altra vedevo con la coda dell'occhio i bambini correre dietro al Super-Tele. Il cielo era di un rosa confetto simile ai ricordi del rosa anni 50 dei cappelli di mia madre, quando improvvisamente vidi quei fiocchi che cadevano dal cielo. Bianchi, candidi come i denti di Sandro, morbidi come le guance di Gino. LA NEVE? pensai incredula, anche Briciola si incuriosí per quelle strane presenze nel cielo. Si alzó stiracchiando prima le zampe anteriori e poi le posteriori, e si avvicinó ad annusare un fiocco bianco appena entrato dalla finestra aperta. Non appena col musetto sfioró la neve, inzió a starnutire, soffiare, mugolare come quando gli schiaccio la codina per sbaglio, di dolore. La cosa mi sembró strana. CHE SUCCEDE? BRICIOLA? Prendo il fiocco di neve tra le dita ed un prurito fortissimo mi infiamma la mano intera, poi inizia anche a bruciarmi la pelle, come quando per caso ti schizza sopra l'olio della padella. Mi affretto a chiudere la finestra, cercando di schivare i fiocchi di neve entrati nel frattempo ed un pensiero si fa strada nella mia testa, un pensiero che mi fa rabbrividire piú di mille inverni palermitani: il pensiero di Sandro e Gino in via Africa. Mi giro di scatto e dall'altra finestra vedo tutti i ragazzi, quelli che fino ad un attimo prima giocavano a calcio, contorcersi e gridare, piangere e cercare un riparo. Non riesco a riconoscere i miei figli. Indosso un impermebile ed esco; dalla porta entrano fiocchi trasportati dal vento.
martedì 2 dicembre 2008
I 2 premier.
Ho fatto la cosa giusta. Me lo ripeto ogni volta che salgo sulla Maserati. Quando il mio culo coperto da lingerie La Perla poggia sulla ciclette computerizzata nel secondo salone. Quando il mio corpo di sedicenne viene penetrato dal premier. No. Non quel Premier, dio lo protegga e preservi. Da Giacomo Scafidi, capo rione a Ballaró diventato uno dei capi della cittá insorta. Giacomo si fa chiamare premier per sentirsi ancora piú potente, ma non ne avrebbe bisogno. Manco mi ero accorta di lui quando venne da mia madre a comprarmi. Non che fossi in vendita, ma lui mi aveva notata al negozio e aveva deciso che doveva avermi. Visti i tempi mamma mi ha venduto, certo non posso fargliene una colpa, e poi me l'ha anche chiesto ed io ho detto sí. Perché leggevo nel suo sguardo che era la cosa giusta da fare. Ora ho due collane di perle, tre pellicce, un anello Cartier originale e un orologio fatto a mano da uno svizzero, per il mio polso. D'oro bianco. Ho vestiti bellissimi e scarpe meravigliose. Faccio il bagno in piscina, tanto é riscaldata, e dalla terrazza vedo Palermo in fiamme. Oggi Giacomo non verrá, é con un'altra delle ragazze, cosí ho tempo per pensare. Mi limo le unghie dei piedi e improvvisamente penso a Nicola, l'ho piantato senza dargli una spiegazione. MI AMI? Chiedeva disperato, piangendo. SÍ, SÍ MA NON POSSIAMO STARE INSIEME. Gli dicevo io, e cancellai il suo numero dal telefonino. Poi le cose andarono veloci. Gli scontri al porto, iI gas, le piogge chimiche. Ma io ero quassú, che mentre gli altri morivano, mi facevo tagliare i capelli da Luis, a domicilio. Ho scelto il premier perché il premier é forte, il premier é bello, mi dá tutto quello che voglio. Una volta mi ha raccontato che ha stretto la mano all'altro Premier, quello vero, e la sua mano era freddissima. Ieri ho pianto.
venerdì 28 novembre 2008
Connessioni.
Mi bruciano gli occhi, mi fa male la testa e anche la mascella, per non parlare del fondo schiena, prendo un altro pó di Mesulid. Mi stacco dalla sedia di pelle nera, morbida, solo per andare a pisciare, ma poi torno al computer. Qualcuno da fuori mi porta un'arancina o una ravazzata, accompagnate immancabilmente da una gazzosa partannina. Io bevo, mangio e non stacco gli occhi dal monitor. Quello che sto facendo non lo faccio per i warriors, né per i liberisti, per nessuno tranne che per me stesso. Sono certo uno dei pochi che a Palermo possono collegarsi ad internet in questo momento, dopo i casini degli ultimi mesi. Ci riesco perché sono bravo, ho creato un ponte che mi permette l'interlacciamento con una rete wireless governativa, una delle poche che ancora sono attive, probabilmente grazie alla tecnologia satellitare. Ho creato una maschera di subrete che riesce a mantenermi anonimo, la indosso e mi getto nella ragnatela, per trovare maniere sempre piú efficenti di elaborare i dati. Ormai ci siamo. L'ho detto che ci sarei arrivato prima io. Era una lotta contro il tempo ma l'ho spuntata per un pelo. Adesso ho una formula e non mi interessa a chi la daró, che si ammazzino pure tra loro, coi soldi che mi pagheranno mi ci compreró tanto metadone. Io giá lo so come andrá a finire! A me non interessa. Mi ci compro il metadone e me lo sparo tutto qua, davanti al pc, davanti a qualche sito porno. Voglio morire a poco a poco trascinato dal metadone. E forse penseró ancora una volta a lei, a come mi ha ingannato. Sono passati cinque anni e mi brucia come fosse ieri. La formula é quasi pronta, per domattina sará completa. Mi sto appoggiando ad un server sociale che mi permette di elaborare le informazioni ad una velocitá notevole. Ora vado, che devo vomitare.
martedì 25 novembre 2008
Tu veux ou tu veux pas?
Giá. Non aggiorno il blog da tempo. Sará colpa del mio nuovo lavoro, che solo adesso sto cominciando a metabolizzare, o del viaggio in Asia che mi ha lasciato una matassa di ricordi difficili da dipanare? O magari é colpa del mio ultimo viaggio a Palermo, in cui ho impiegato tutto il tempo a impacchettare le tracce del mio passato e catalogarle e ordinarle, a casa della mia defunta e amatissima nonnina? Un passato ingombrante e difficile da trasportare, un passato intenso e ricco di orme e direzioni. O magari é solo una fase di transizione in cui la mia creativitá é in stallo e aspetta nuove idee da sviluppare e raccontare. Possono essere anche tutte queste cause, o magari nessuna di esse, chi lo puó dire? In ogni caso vi lascio con un divertente video di una canzone francese che mi piace molto. Se lo trovo in vinile lo compro...
venerdì 7 novembre 2008
Libera Societá del Dissenso.
Anche da casa mia si vedeva il fumo, se ne sentiva l’odore. Lingue di fuoco salivano a spirale nel buio di corso Vittorio mentre la notte inghiottiva gl'incendiari e gl'incendiati. Sí, perché dentro la biblioteca c'erano persone, una comune per l'esattezza. Erano figli di imprenditori e bancari, operai e impiegati. Si erano barricati dentro dando vita ad una societá libertaria, senza servi né padroni. Passavano le giornate leggendo e accoppiandosi tra loro, mangiavano le cose che gli procacciavano i genitori o semplici simpatizzanti e se le facevano consegnare all'ingresso, nell'atrio della biblioteca, senza uscire fuori né fare entrare altri dentro. Davanti all'ingresso principale avevano issato uno striscione con la scritta "Libera Societá del Dissenso". Giá prima dell'insurrezione non importava a molta gente del patrimonio culturale della cittá. Immaginatevi dopo, quando la prioritá era procacciarsi un piatto di pasta o una pistola! Bé, proprio allora un gruppo di giovani uomini e donne fece a pezzi la serratura della biblioteca e ivi si trasferí. Non erano molti all'inizio, ma a poco a poco il loro gruppo si allrgó considerevolmente. Per entrare nella Libera Societá del Dissenso dovevi portare un tuo contributo, che poteva essere una canzone, un dvd, una poesia o una cosa che non avesse nulla a che vedere con il calcio. La cittá era fuori controllo e i gruppi organizzati la razziavano in cerca di cibo o benzina mentre dietro le porte della biblioteca la Libera Societá del Dissenso metteva in pratica il poliamore. Sembra un controsenso, ma in fondo penso sia stata una cosa bellissima. Almeno finché é durata. Adesso la biblioteca é in fiamme e coi libri e i giornali sta bruciando anche un sogno.
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