venerdì 20 giugno 2008
Autore di merda!
Mi hanno fatto notare che non avevo attivato il commento aperto, ovvero, potevano commentare i miei sproloqui solo i giá iscritti su blogspot. Quindi la colpa é mia se non ci sono commenti, voglio dire, ció non toglie che siate un pubblico di merda, ma forse ci vuole un autore di merda, per voi. Per farvi felici intendo. Ed io lo sono, anzi RIVENDICO un'anima marrone-cacca, per me, per voi. Per non sentirci tanto estranei, lontani, sperduti. Ognuno nella sua isola, isolani, isolati, isotonici, ma accomunati tutti da un'anima marrone.
mercoledì 18 giugno 2008
Pubblico di merda!
Siete un pubblico di merda!
Io mi passo le giornate a scrivere nuovi post, abbellire il blog, bere cocacola light e fumare sigari e voi non commentate niente. Non é bello. Proprio per niente.
Vi odio.
Io mi passo le giornate a scrivere nuovi post, abbellire il blog, bere cocacola light e fumare sigari e voi non commentate niente. Non é bello. Proprio per niente.
Vi odio.
martedì 17 giugno 2008
La nuova vita.
Fa caldo a Palermo, un caldo che uccide i nonni e irrita i padri. L'acqua di Mondello lambisce le dita dei miei piedi, tocca pirma l'indice, accende lo smalto delle unghie con nuovi riflessi. se ripenso alla mia vita prima delle elezioni faccio fatica a riconoscermi. Ero una ragazza qualunque, con le sue scarpe prada e lo zaino invicta sulle spalle. Pizza e birra il sabato o qualche festa. Ma non voglio pensare al passato. Non voglio pensarci perché mi fa stare male. adesso che le scuole sono state occupate dalle bande armate passo la giornata a fare molotov, o ad aiutare Ada in cucina. La notte invece mi scopano. Ormai non importa piú chi é che mi sbatte sulla cattedra, chiudo gli occhi e cerco di pensare alle cose belle, tipo il mare. L'acqua che lambisce le dita dei piedi. Come adesso. Sono scappata ma so che prima o poi mi ritroveranno. O loro o altri, non importa, ma qualcuno mi troverá e mi costringerá ad accettare di fare sesso con lui e coi suoi compari. Perché piaccio ai maschi. Gli faccio sangue. Sento degli spari dietro di me. No, non sono spari, é qualcuno che sta facendo a pezzi la statua della Sirenetta. Strano che non ci avessero pensato prima. Quelli che mi avevano presa dicevano di essere liberisti rivoluzionari, continuavano a ripetere "rilancio dell'economia" "reddito pro capite" e cose di questo genere, ma poi lanciavano le molotov contro i loro oppositori e mi scopavano la notte. Ovvio, non ero la sola, ma le altre erano piú vecchie, piú brutte e mi trattavano male, con un'alterigia che probabilmente nascondeva un forte senso d'invidia nei miei confronti. Basta, non ci voglio pensare. L'acqua del mare é fresca e lambisce le dita dei miei piedi,ma eccolo. Un vecchio si trascina al mio fianco. Ha la divisa del Palermo,esce fuori la minchia. Lo sapevo.
martedì 3 giugno 2008
Insurrezione: altri 7 giorni piú o meno.
Non posso ricordare molto del nono giorno dell'insurrezione. Non ricordo gli spari, e i mezzi congolati che entrano da Porta Felice, e i bagni di sangue, la guerriglia urbana e la morte eroica di Nino Vigna, insomma tutto quello che poi scriverà l'organo di stampa e che verrá pubblicato nel libro di storia. Nulla di tutto ció. Il mio unico ricordo é dei crampi, e degli spasmi orrendi delle mie gambe e braccia, le vampate di calore e i sudori freddi. Un male che mi scuoteva da dentro, rendendomi cieco, zoppo, vulnerabile, isterico e nervoso. Lena aveva gli stessi sintomi, anche se in maniera piú lieve, mentre se non fosse stato per Ino forse saremmo morti entrambi. Lui non stava male, o almeno non soffriva del nostro stesso male. E al dolore l'avevano abituato le sue coliche, sin dalla piú tenera etá. Dopo che gli insorti avevano incendiato il palazzo in cui vivevo c'eravamo accampati in una grotta nella vallata sul fiume Oreto. Sapevo che il dolore era alle porte perché sudavo come un cane, la cittá non era piú un luogo sicuro ma non avevamo molti posti dove andare. Non ricordo nemmeno come arrivammo all grotta. Quando ripenso a quei giorni vedo solo le nere pareti della roccia nuda che mi avvolgono come un sudario, mentre da fuori la luce del sole mi fa lacrimare gli occhi. Ino mi porta dell'acqua ma io la vomito immediatamente. Dolore, dolore, dolore. Dal mio corpo si alza un urlo che investe tutto il mondo, anzi, tutto il mondo, qualsiasi cosa, inizia a urlare all'unisono con me. Dimentico tutto, anche il mio amore per Lena. Sono solo io e la mia carne che esplode. Non posso dormire, ma non sono nemmeno sveglio. Stavo cosí male che mi sarei iniettato un pugno di terra se solo avesse contenuto qualche molecola di robba dentro. Fu la settimana piú lunga della mia vita.
Insurrezione: giorno 8.
Sono in via Colonna Rotta senza soldi, senza casa, senza eroina e ho pure due persone a carico. Non riesco a vedere il futuro roseo, anzi, penso al suicidio. Come farei? Con la robba ovviamente. Prima la inietterei a Ino, che per come é messo muore subito, poi a Lena ed infine con la stessa siringa mi ammazzerei io, che senza di loro che vivrei a fare? Va bene il suicidio, ma manca la materia prima. Cazzo cosa darei per qualche grammo di brown. Sicuramente mi si legge in faccia. Che voglia irresistibile, cazzo. Camminiamo un pó. Senza una meta precisa. In silenzio. Con gli occhi bassi sull'asfalto e le dita che grattano le nuche. Ci fermiamo ad un portone ad altezza Danisinni. Dal cortile giungono schiamazzi e urla. Entriamo passando da un cancelletto striminzito per ritrovarci in uno spazio abbastanza grande, quadrato. Una discreta folla di persone incita due combattenti, che nudi si fronteggiano al centro dello spiazzo. Sulla sinistra, seduta davanti ad un tavolino pieghevole, una signora magra e appuntita prende le scommesse. Dietro di lei un cartello scrive: Caló 11-Solano 3. Dal balcone di un'abitazione un ragazzino vende MELLONE GHIACCIATO tramite un cesto di vimini. Mi faccio spazio tra le persone, e per una volta mi sento meno derelitto di quelli che mi stanno attorno. Facce segnate dalle cicatrici, abituate alla violenza, stordite dall'improvvisa libertá, inebriate dall'insurrezione. Non capii bene quello che vidi, dovetti aspettare qualche minuto affiché il cervello elaborasse i dati che gli occhi trasmettevano. Erano due vecchi nudi che si sbranavano come cani impazziti, ma senza forza, le dita appuntite, i genitali avvizziti, uno di loro trascinava una gamba rotta mentre l'altro gli tirava i capelli. ANDIAMO VIA! Gridai a Lena e Ino.
Insurrezione: giorno 7.
L'odore del fumo non era un sogno. Mi svegliai tossendo. Gli altri dormivano mentre le vampate accendevano coi loro bagliori sinistri la finestra sul pianerottolo. SVEGLIATEVI PRESTO! Lena ed Ino dormivano abbracciati come due fratellini nella notte, ma non potei fare a meno di notare un'emergente erezione dai pantaloni sgualciti del decenne. Non era certo il momento di fare il geloso. DOBBIAMO SCAPPARE CAZZO! Ino inzió a gridare. Forse per la paura o magari per una colica improvvisa. Ci catapultammo dalla finestra giú in via Colonna Rotta. Una piccola folla stazionava davanti al palazzo ormai in fiamme. La gente sembrava triste e incazzata, ma soprattutto triste. Poi tutti si misero a guardare nella stessa direzione. Era il quarto piano. Ci viveva una coppia di anziani signori, i coniugi Benzo. Zoppo e sempre ben vestito lui, obesa e straprofumata lei. Erano sul terrazzo indecisi sul da farsi, mentre le fiamme avanzavano pericolosamente verso di loro. Ad un certo punto lui inciampó e lei lo aiutó ad alzarsi con amore, ma anche lentamente, con fatica, come si muove la gente grassa. Stavamo tutti con le bocche spalancate, quando un grossa fiammata li investí in pieno. I loro capelli presero fuoco immediatamente, ma per fortuna solo quelli. I POMPIERI NON RISPONDONO. Mi confessó un signore in sandali e canotta. Le fiamme li stavano arrostendo a poco a poco, parlavano tra di loro, tenendosi stretti. Poi successe una cosa strana, li vedemmo entrare dentro, sempre abbracciati, mentre il fuoco li accendeva come fiammiferi e scomparire tra le fiamme. Nell'aria l'odore di bruciato era insopportabile e il fumo nero e denso ti scassava i polmoni. Davanti alla luce abbagliante dell'incendio mi resi improvvisamente conto di avere dimenticato la robba dentro casa. MINCHIA.
Insurrezione: giorno 6.
PAPÁ HO FAME. Disse Ino. E MI FA MALE TUTTO QUI. Indicava la schiena. NON POSSO FARCI NIENTE, NON ADESSO, MI DISPIACE. Guardava dalla finestra quella povera suora e non poteva farci niente. La inseguivano brandendo zappe e martelli, uno forse aveva anche un'ascia ma non si riusciva a distinguere. DOBBIAMO FARE QUALCOSA, PAPÁ! Aveva ragione Ino, ma cosa avrei potuto fare? Da solo contro quei pazzi? LIBIRTÁ O MURTI! Gridavano all'unisono. La monaca correva incespicando. Lasció cadere i sacchetti di plastica per muoversi piú velocemente. L'asfalto di tinse del giallo dei maltagliati di semola di grano duro. LIBIRTÁ O MURTI! Ma loro erano piú veloci, e non perché piú giovani. Non solo, almeno. Era la sete di sangue, la rabbia cieca, il brivido della violenza di gruppo che li spronava a correre sempre di piú. La suora arrivó al portone del convento. Sembrava calma quando premeva il bottone di plastica del citofono. Calma o rassegnata. Lena stava accoviacciata stringendo le gambe e poggiando il mento nell'incavo delle ginocchia, come una bambina sola, e i suoi capelli si accendevano di riflessi dorati accarezzati dai raggi freddi del sole. Passarono degli istanti lunghissimi. Clac! Sentii il rumore del portone che veniva aperto da dentro. La monaca ebbe un attimo di titubanza, poi si piegó verso terra per raccogliere i sacchetti di plastica. NO! Il primo ad avventarsi contro di lei fu un ragazzo dalla pelle scurissima. La afferró per il cappuccio e la fece piegare su se stessa dandole una ginocchiata sulla schiena. Poi gli altri le furono addosso. Dopo poco le armi improvvisate brillavano screziate di sangue. Ino correva da una parte all'altra della stanza girdando. Forse avrei dovuto dire qualcosa ma non mi venne niente. Preparai le siringhe.
sabato 10 maggio 2008
INSURREZIONE: giorno 5.
Stamattina ci svegliammo con la voce monocorde del giornalista del TG. Era tornata la luce dopo giorni, non sapevo se interpretarlo come un buon segno. Lo studio televisivo era stranamente spoglio e lo stesso giornalista appariva con gli occhi cerchiati, la barba incolta, 2 o tre macchie rosse -uso sugo- sul colletto. LA SITUAZIONE VERSA NELL'INSTABILIT. VARIE PARTI DELLA PENISOLA SONO ANCORA ISOLATE E SENZA I SERVIZI PRIMARI. IL GOVERNO PROVVISORIO INVITA I CITTADINI A NON USCIRE DI CASA E NON PRENDERE PARTE ALLE RAZZIE E ALLE VIOLENZE. SI CONTANO NUMEROSI GRUPPI ORGANIZZATI. ALCUNI SONO ANCHE ARMATI. RIPETO, ALCUNI GRUPPI DI INSORTI SONO ARMATI. IL GOVERNO PROVVISORIO E LA GIUNTA MILITARE INVITANO I CITTADINI A RESTARE NELLE LORO CASE E NON PARTECIPARE ALLE LOTTE. LE PRIME STIME NON CONFERMATE PARLANO DI... Di nuovo il buio ci avvolse e il silenzio. Ino abbracciava Lena tremante. COSA SUCCEDE? Chiedeva con una vocina impercettibile. NIENTE, NIENTE, NON AVERE PAURA. Risposi senza troppa convinzione. La verit¡ é che non sapevo nemmeno io cosa stava succedendo. La ferita allo stomaco mi fece ricordare che ero scappato dall'ospedale ancora convalescente. Ma perché? Le elezioni. Tutto cominci³ con quelle maledette elezioni. Avevano vinto le persone sbagliate. I buoni o i cattivi non importa. Le persone sbagliate. Gli altri avevano aizzato la gente. Forse avevano anche utilizzato gruppi di tifosi o di estremisti per spargere il caos. Non so. Non mi sono mai interessato di politica. Non mi sono mai interessato ad altro che alla fusione, alla robba, e adesso a Lena. Cosa volete che ne capisca io di quello che succede l¡ fuori? Dalla strada risuon³ un urlo straziante. Ino mi afferr³ il braccio. POSSO CHIAMARTI PAP? Chiese terrorizzato.
Insurrezione: giorno 4.
Ino camminava piano, da quando prendeva eroina i suoi dolori erano quasi spariti. Adesso indossavamo entrambi pantaloni a scacchi bianchi e neri da cuoco e stivali di gomma. SIETE BUFFI. Commentó Lena vedendoci vestiti uguali. Ino a soli dieci anni sembrava vecchio almeno il doppio. Cosí pelato e itterico. Era il quarto giorno che la citta, e forse la nazione, era insorta a causa delle elezioni. E solo allora cominciammo ad avere fame. A casa non era rimasto quasi niente e quel poco che c'era era germogliato o imputridito nel frigorifero spento. LO SMA. Disse Ino distinguendo nell'oscuritá la scritta verde. Tra gli scaffali del supermecarto reganava il caos. Sul pavimento cocci di vetro e pozze di melma. PRENDINE PIÚ CHE PUOI. Dissi passando le confezioni di Manzotin al bambino. Rubammo anche risotti knor liofilizzati. Notai che la gente aveva preso soprattuto salmone, caviale, paté di fegato d'oca, bottarga e tutte le prelibatezze che normalmente non si poteva permettere. Ino aveva un barattolo di nutella tra le dita quando un tipo vestito di scuro mi puntó una pistola alla faccia. NON MUOVERTI. Lascio cadere il sacchetto. QUA NON DOVETE VENIRE PIÚ, BASTARDI; VE L'AVEVO DETTO. Cercai di discolparmi. MA IO NON SONO MAI... BASTA! Ringhió il metronotte. VE LA SIETE CERCATA! Armó il cane e pensai che ormai per me era finita. Il rumore dello sparo mi fece torcere le budella, ma poi sentii delle voci. LIBIRTÁ O MORTI. Gridavano in una specie di canto cadenzato. Poi entrarono allo SMA. Indossavano tute da ginnastica. Dovevano essere una ventina. LIBIRTÁ O MORTI. Ed iniziarono a spaccare tutto, esaltati come bambini l'ultimo giorno di scuola. Afferrai il sacchetto e scappai fuori sperando di non essere visto. Ino mi aspettava leccandosi la nutella dalle dita.
Insurrezione: giorno 3.
Dovevo trovare un pó di robba. Lena sudava giallo, gli occhi sprofondati dentro le ossa, non diceva nulla ma sapevo che ne aveva bisogno. POSSO VENIRE? mi chiese Ino quando vide che mi vestivo. Risposi di no perché temevo per la salute del bambino, giá malato di suo, e preferivo che qualcuno restasse con Lena, per non lasciarla sola. Appena fuori mi resi conto che il giubbino grigio faceva entrare dai buchi ai gomiti un freddo pungente che mi grattugiava i peli del petto facendoli sbattere come granchi sospinti dalle onde. La cittá era deserta, il terzo giorno dell'insurrezione, e bella. Sembrava pulita, senza nessuno in giro. In via Lattarini trovai un negozietto aperto. Entrai per chiedere cosa fosse successo ma non pareva esserci nessuno. Dai vestiti per terra capii che l'avevano saccheggiato. Presi qualche pantalone da cuoco e degli stivali di gomma perché non rimaneva molto altro. Alla Vucciria non c'era nessuno. Feci qualche passo e mi resi conto con orrore che la statua della fontanella era tutta sporca di sangue. Avvicinandomi vidi che seguendo un assurdo motivo decorativo erano state appese alcune teste umane sul predellino della vasca, la cui acqua era rossa e stantia. Vomitai, mi misi a correre e svoltai in un vicoletto senza nome. Doveva essere stata l'astinenza o l'abitudine a spingermi lí. Spostai un pezzo di marciapiede eroso ad arte e trovai una bustina piena. La robba era lí dove la nascondevano abitualmente. Cazzo che fortuna. Infilai la busta nelle mutande e corsi via. sulla strada di casa vidi un gruppo di insorti che perlustravano corso Vittorio vestiti di nero. Avevano strani trofei appesi alle cinture. Erano dita mozzate e orecchie. A Lena ed Ino decisi di non raccontare nulla. Ci bucammo al tramonto e Ino ne volle un pó.
Iscriviti a:
Post (Atom)